di Marco Rotondi
Neurosystemics n° 28/2026
Più volte e in varie sedi abbiamo ricordato i numerosi dati preoccupanti (dimissioni volontarie, quiet quitting, prepensionamenti, fughe all’estero, pagoda generazionale, …) che evidenziano senza pietà la profonda crisi in cui giacciono le Risorse Umane delle aziende private e pubbliche; ne riprendiamo qui uno solo che sintetizza bene la situazione attuale: circa 1 persona su 2 che lavora nelle nostre organizzazioni non è ingaggiata.
Nei vari workshop che, su questi temi, sto tenendo in giro per l’Italia, dopo averne analizzato le cause principali cerchiamo insieme anche di mettere a fuoco una serie di interventi che, secondo la consolidata metodologia del Wellness Organizzativo®, possiamo mettere in campo per contrastare e ribaltare l’attuale situazione.
In tali occasioni ho notato che affrontando il tema del quiet quitting spesso siamo portati a pensare che sia una specie di disimpegno volontario individuale, una scelta silenziosa di chi ha smesso (chissà perché) di credere nel proprio lavoro.
Per comprendere meglio le dimensioni e la dinamica di questo fenomeno, credo però sia opportuno esaminare meglio anche un altro fattore che sta impattando pesantemente su tutta la nostra società: il disagio mentale e burnout.
Questo fenomeno mondiale viene spesso sottovalutato e minimizzato anche perché le persone che ne vengono colpite si sentono vulnerabili e quasi in colpa e tendono quindi a isolarsi, a non parlarne e spesso a non curarsi.
I dati rilevati dalle varie ricerche effettuate su questo tema sono invece allarmanti:
- Nel mondo 1 persona su 7 (più di un miliardo di persone) è affetto da disturbi mentali (14,6% in Europa, circa 66 milioni) e il 71% di chi è affetto da disturbi mentali non riceve cure[1]
- Il 46% degli europei ha sperimentato problemi psichici negli ultimi dodici mesi ed il 54% di questi non ha ricevuto alcun aiuto da un professionista[2]
- Gli italiani che sono stati assistiti dal SSN per problemi psichici ammontano a 854.040 unità (e manca l’Abruzzo) con un incremento del + 3,3%[3] e sono state 22.000 le denunce per malattie professionali legate a disturbi psichici[4]
- Il 79% degli italiani (77% in UE) pensa che le persone affette da disagio mentale vengano giudicate diversamente dagli altri e quindi penalizzate[5]
- In Italia l’indice di salute mentale è al 68,7%[6]
- Il 49,3% degli italiani soffre di qualche forma di disagio psicologico, il 22% di gravi disagi psichici[7], e il 71,4% afferma di aver avuto a che fare con problemi di salute mentale[8]
- Il 48% dei lavoratori sta affrontando[9] il burnout e il 56% lo ha sperimentato[10].
Analizzando il quadro delineato da questi dati sintetici, si può notare come le percentuali di frequenza del fenomeno del burnout e del quiet quitting siano molto simili ed entrambi con incrementi annuali in peggioramento; credo che ciò evidenzi bene l’importante interconnessione esistente fra questi due elementi anche se uno riguarda la vita globale di una persona e l’altro solo la sua vita lavorativa.
Dobbiamo prendere atto che, indipendentemente dal fatto che il disagio mentale possa essere nato nell’ambiente di lavoro o nel contesto della vita privata, gli effetti generali che ne conseguono non cambiano molto e si ripercuotono comunque anche sugli esiti lavorativi.
Diventa allora imprescindibile per le aziende e le loro Direzioni HR occuparsi anche di questo fenomeno mondiale, che la British Psychological Society ha definito come “una moderna epidemia di stress occupazionale”[11], e prendersi cura di ogni persona nella sua “interezza”; quando si è affetti da burnout, infatti, ci si porta appresso il proprio disagio mentale dovunque si va: impossibile lasciarlo fuori dalle porte dell’ufficio o della fabbrica.
Occorre quindi agire per curare questa epidemia ma soprattutto per prevenirla; diversi studi rivelano infatti come, intervenendo subito allo spuntare dei primi sintomi di burnout, si riesca ad uscirne presto mentre, se non agiamo, i tempi di recupero diventano molto più lunghi (6-8 mesi per un riconoscimento immediato dello stato di burnout o invece 2-3 anni per un burnout inizialmente trascurato) e talvolta di esito incerto.
Prevenire è meglio che curare; il primo passo da fare risulta allora promuovere una sensibilizzazione delle persone su questi aspetti diminuendone al massimo lo “stigma sociale” e affrontandolo come una “normale epidemia occupazionale”.
Buone pratiche d’intervento in questo ambito risultano essere:
- parlarne su tutti i vari canali di comunicazione interna aziendale,
- aprire uno “sportello” di informazione, confronto e supporto personale,
- promuovere e avviare una formazione di sensibilizzazione del personale sul fenomeno, sui segnali che lo possono preannunciare, sulle tecniche personali di contrasto, sui percorsi di cura e sugli aiuti aziendali disponibili,
- sviluppare attività, strumenti e percorsi di valorizzazione ed empowerment delle persone lungo tutti i vari driver indicati dal modello del WO®,
- parlare dell’importanza della ricerca individuale della propria felicità, dargli diritto di cittadinanza in azienda, fare in modo che ogni persona ne sia cosciente e si prenda la responsabilità di cercare di realizzarla.
A questo punto non può non venire in mente quel precursore straordinario che fu, anche su questi temi, Adriano Olivetti e le sue note parole:
“Voglio che l’Olivetti non sia solo una fabbrica ma un modello, uno stile di vita; voglio che produca libertà e bellezza perché saranno loro, libertà e bellezza, a dirci come essere felici”
Far diventare libertà e bellezza due caratteristiche diffuse nelle nostre aziende, aiutare tutte le persone che vi operano a raggiungere una felicità possibile diventano allora non solo un obiettivo etico e morale importante, ma anche un fattore strategico e competitivo imprescindibile che produce poi, come conseguenza naturale, anche aumenti di produttività, fatturato e utili.
Scopriremo così che, diminuendo la diffusione di burnout e disagio mentale tra gli operatori delle aziende, diminuisce anche il livello di quiet quitting.


[1] OMS, World mental health today, 2025
[2] UE, Eurobarometer, 2023
[3] Ministero della Salute, Rapporto salute mentale, 2024
[4] INAIL, 2024
[5] UE, Eurobarometer, 2023
[6] Istat, BES 2024
[7] Istat, 2023
[8] Censis, Indagine sulla salute mentale, 2026
[9] Boston Consulting Group, Indagine su 8 paesi e 11.000 lavoratori, 2024
[10] Politecnico di Milano, Osservatorio HR, 2023
[11] Graham Russell, The psychologist, marzo 2023
