Se siamo così ricchi, perchè non siamo felici

di Mihaly Csikszentmihalyi

Neurosystemics n° 15/2019

Mihaly Csikszentmihalyi

Mihaly Csikszentmihalyi -sociologo ungherese e docente presso l’Università di Claremont in California- pubblicò questo articolo 20 anni fa sulla rivista American Psychologist”, cercando di definire il significato di felicità e spiegare come mai la ricchezza non porti alla felicità, nonostante questa sia una delle più diffuse convinzioni della società moderna. L’argomento appare quanto mai attuale oggi, visto il progressivo crollo dei vecchi modelli di ricompense ed i primi deboli segnali delle nuove tendenze. Riproponiamo quindi, in una nostra traduzione, questo famoso articolo di Csikszentmihalyi (prima parte).

La psicologia è erede delle scienze umane e del pensiero di filosofi illuministi come Gianbattista Vico, David Hume e il barone di Montesqueu, secondo loro il perseguimento della felicità costituirebbe la base sia della motivazione individuale sia del benessere sociale. Il pensiero illuminista può essere facilmente riassunto citando una celebre frase di John Locke: “Chiamiamo Bene ciò che tende a causare o incrementare il piacere, o a diminuire il dolore” (1690/1975, pag. 2), mentre il male è all’opposto concepito come ciò che causa o accresce il dolore e diminuisce il piacere.

Dal punto di vista dei filosofi utilitaristi (come David Hartley, Joseph Priestley e Jeremy Bentham) la società buona è quella che permette il raggiungimento della massima felicità al maggior numero di persone (Bentham, 1789/1970, pagg 64-65). Questo focalizzarsi sul piacere o sulla felicità come punto di riferimento della vita pubblica e privata non è frutto della mentalità dell’Europa post-Riformista, ma era già presente nell’antica Grecia: per Aristotele, apprezziamo moltissime cose, come salute, fama e ricchezza, perché pensiamo che possano renderci felici, mentre la felicità è apprezzata per se stessa. In quest’ottica, la felicità è l’unico scopo intrinseco cui le persone aspirano come obiettivo finale, il nocciolo di ogni desiderio. Con la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti (1776), infine, il perseguimento della felicità è stato riconosciuto come uno dei compiti del governo giusto e diritto inalienabile di ogni essere umano.

Nonostante il riconoscimento, da parte delle scienze umane, dell’importanza centrale che la felicità assume nella vita dell’uomo, sono pochi i progressi fatti per capire in cosa consista esattamente la felicità. L’epoca d’oro della filosofia utilitarista coincise col grande passo avanti che è stato fatto nel campo della salute pubblica e nella distribuzione delle merci: si pensava infatti che l’incremento del piacere e della felicità sarebbe giunto come conseguenza della crescita economica e dei servizi. La grande fiducia in sé dei Paesi occidentali industrializzati, e in particolar modo degli Stati Uniti, era figlia del pensiero materialista e della convinzione che fosse proprio il materialismo a rappresentare la via maestra per il raggiungimento della vita felice, intesa come frutto dell’insieme di diversi fattori: il prolungamento di una vita in buona salute, l’accumulo di ricchezze, il possesso di beni di consumo.

Il monopolio della dottrina materialista ha portato a una sua inevitabile banalizzazione, spogliandosi della sua originale verità e giungendo, oggi, ad essere vista come l’invito a farsi i propri interessi senza tenere conto delle conseguenze sugli altri, alla convinzione che qualsiasi cosa piaccia o interessi in uno specifico momento meriti di essere fatta: in questi termini il materialismo può essere assimilato all’edonismo, concezione secondo cui il piacere è il bene sommo dell’uomo e il suo raggiungimento l’obiettivo finale dell’esistenza. Quest’idea è in realtà molto lontana dal materialismo di John Locke che, consapevole della futilità di perseguire la felicità ad ogni costo, raccomandava di farlo prendendo la via della prudenza, senza confondere la felicità immaginaria con quella vera.

Il concetto di perseguire la felicità con prudenzaè eredità del materialismo di Epicuro: già 2300 anni fa il filosofo greco vedeva nell’autodisciplina e nella capacità di rimandare la gratificazione, i mezzi per avere una vita felice. Secondo questa filosofia, se è vero che ogni dolore è un male, non significa che bisogna sempre evitare il dolore poiché è ragionevole sopportare un dolore adesso, se questo ci permette di evitare un maggior dolore futuro. In una lettera all’amico Meneceo, Epicuro scriveva:

L’inizio e il bene supremo […] è la prudenza. Per questa ragione la prudenza è ancora più preziosa della filosofia: da essa derivano tutte le virtù. La prudenza ci insegna come sia possibile vivere piacevolmente senza vivere virtuosamente, saggiamente e giustamente […]. Rifletti quindi su questo e sulle cose affini giorno e notte […] non sarai disturbato né da sveglio né nel sonno e vivrai come un dio fra gli uomini”

(Epicuro di Samo, trad. 1998, pag.48).

Anche in questo caso, come per il materialismo di John Locke, la visione corrente che si ha del materialismo di Epicuro è diversa: secondo la visione comune, il piacere e le comodità materiali devono essere inseguiti e presi ogni qualvolta ve ne sia la possibilità, solo così è possibile migliorare la qualità della vita. Quando il progresso tecnico ha iniziato a dare i suoi frutti, l’aspettativa di vita si è allungata e il benessere economico ha coinvolto un sempre maggior numero di persone, per un certo periodo di tempo la speranza che l’aumento delle ricompense materiali portasse a una vita migliore è apparsa giustificata.

Ora appare invece chiaro come la soluzione non sia così semplice, come del resto non esistono soluzioni semplici a problemi difficili. Gli abitanti dei paesi più ricchi e industrializzati stanno vivendo un periodo di prosperità economica senza precedenti, in condizioni che le generazioni precedenti avrebbero considerato di gran lusso, e con un’aspettativa di vita raddoppiata rispetto a quella dei loro antenati. Eppure, nonostante il grande miglioramento delle condizioni materiali, non sembra che la gente sia molto più soddisfatta rispetto al passato.

 

L’ambigua relazione fra benessere materiale e soggettivo

La prova indiretta che chi di noi vive nei paesi industrializzati non è più felice di quanto lo fossero i nostri antenati è data dalle statistiche nazionali sulla patologia sociale: si riscontra un aumento della criminalità (per lo meno di quella percepita), dei divorzi, delle malattie psicosomatiche, dell’abuso di alcool, droghe e psicofarmaci. Se il benessere materiale (ormai a portata di mano di tutti) porta alla felicità, perché siamo sempre più dipendenti da droghe per svegliarci, dormire, avere una certa prestazione fisica, mantenere la linea, fuggire alla noia e alla depressione? Perché in Svezia, Paese fra i più ricchi d’Europa e dove le politiche sociali sono esemplari per equità e inclusione sociale, il tasso di suicidi è così alto e in aumento negli ultimi anni?

Dopo che, per un lungo periodo, si è pensato che la felicità non fosse un argomento abbastanza serio da essere trattato dalla ricerca scientifica, la psicologia e le altre scienze sociali hanno iniziato a condurre studi sull’argomento e individuato relazioni ambigue fra benessere materiale e benessere soggettivo.

Psicologi e sociologi hanno condotto le loro ricerche sulla felicità attraverso sondaggi, questionari e scale verbali: metodologie che possono subire le influenze di significati diversi attribuiti dalle persone a causa di appartenenze culturali diverse. Appare quindi opportuno considerare questi risultati contestualizzandoli al periodo storico e alle zone geografiche in cui le ricerche sono state condotte.

Come osservato da Inglehart (1990), nonostante i confronti fra Paesi diversi mostrino una discreta correlazione fra la ricchezza nazionale misurata dal Prodotto Interno Lordo (PIL) e livello di felicità denunciato dagli abitanti, questa correlazione è tutt’altro che perfetta: giapponesi e tedeschi, per esempio, si dichiarano molto meno felici degli irlandesi, mentre il PIL nei loro Paesi è più che doppio rispetto a quello dell’Irlanda. Nell’interpretare questo risultato appare opportuno domandarsi quanto la cultura e la linguistica influiscano sulla predisposizione personale alla felicità ed a dichiararsi felici, o infelici.

Per ciò che concerne la ricerca fatta eseguendo confronti all’interno dei singoli Paesi, è stata individuata una correlazione fra benessere materiale e soggettivo ancora più debole di quella riscontrata nel confronto fra Paesi diversi. Diener, Horwitz ed Hemmons (1985) hanno studiato alcune fra le persone più ricche degli Stati Uniti, trovando che il livello di felicità era appena superiore rispetto a quelli con reddito medio. Brickman, Coates e Janoff-Bulman (1978) hanno seguito un gruppo di vincitori di lotteria, concludendo che, nonostante l’improvvisa ricchezza, non risultavano essere più felici di persone colpite invece da traumi come la perdita della vista o la tetraplegia. Infine, come dimostrano i calcoli eseguiti da David G. Myers (1993), benché il reddito personale dei cittadini statunitensi fra il 1960 e il 1990 sia raddoppiato, la percentuale di soggetti che si dichiarano “molto felice” è rimasta ferma al 30%.

In un’altra ricerca condotta dallo stesso Csikszentmihalyi su un campione di 1000 adolescenti americani, si evidenzia una sistematica leggera correlazione negativa fra benessere materiale e benessere soggettivo: il livello di felicità denunciato a varie ore del giorno nel corso di una settimana è stato registrato ogni anno per tre anni consecutivi, ne è emersa una significativa correlazione negativa con la classe sociale dell’ambiente di vita, col livello di istruzione dei genitori e con il loro status professionale. I ragazzi appartenenti a classi sociali più basse si dichiaravano più felici rispetto ai ragazzi della media borghesia.

Anche in questo caso appare opportuno domandarci, nell’interpretare il risultato, se gli adolescenti benestanti sono effettivamente meno felici, oppure sono le norme della loro classe sociale che prescrivono di dichiararsi meno soddisfatti di quanto non siano veramente?

Nonostante, a livello di ricerca, si sia dimostrato che il rapporto fra ricchezza e felicità sia in realtà assai tenue, la maggior parte delle persone continua a credere che i propri problemi sarebbero risolti se solo avessero più soldi. Da un sondaggio condotto all’università del Michigan risulta che alla domanda “che cosa migliorerebbe la qualità della tua vita?” la prima risposta è proprio “più denaro” (Campbell, 1981).

Perché le ricompense materiali non danno necessariamente la felicità?

La prima ragione è il fenomeno chiamato escalation delle aspettative: se una persona lotta per raggiungere un certo livello di benessere economico pensando che lo renderà felice, una volta arrivata all’obiettivo prefissato vi si abituerà rapidamente e a quel punto comincerà ad aspirare al livello successivo di reddito, proprietà, benessere fisico. Vari studi confermano che le mete continuano a spostarsi in alto non appena si raggiunge il livello immediatamente inferiore a quello aspirato. Non è l’entità oggettiva della ricompensa quella che conferisce valore soggettivo, ma lo scarto rispetto al “livello di adattamento”.

La seconda ragione è strettamente legata alla prima. Quando le risorse economiche non sono distribuite equamente, le persone valutano ciò che possiedono non in base a quello di cui hanno bisogno per vivere comodamente, ma in confronto a coloro che hanno di più. Così, il benestante si sente povero in confronto a chi è molto ricco, e per questo si sente infelice. Questo fenomeno è chiamato “deprivazione relativa” (Martin, 1981) ed è un vissuto universale e ben radicato.

La terza ragione è che, per quanto sia magari gratificante essere ricchi e famosi, nessuno ha mai detto che le ricompense materiali bastino, da sole, a renderci felici. Il concetto di felicità è, infatti, associato ad altre condizioni: la serenità familiare, le amicizie, il tempo libero. Non c’è nessuna ragione per cui questi due tipi di ricompense –materiali e socioaffettive- debbano escludersi vicendevolmente, ma nella pratica non è affatto facile conciliare le rispettive esigenze. Come osservato da alcuni psicologi, da William James (1890) a Herbert A. Simon (1969), il tempo è la più fondamentale delle risorse di cui disponiamo poco e la distribuzione del tempo (o meglio, l’attenzione al tempo) pone scelte difficili che in ultima istanza determinano il contenuto e la qualità della nostra vita. Accade infatti spesso di sentire che uomini e donne d’affari trovino tanta difficoltà a conciliare le esigenze del lavoro con quelle della famiglia e raramente sentono di non aver fallito in uno di questi aspetti cruciali della propria vita.

I vantaggi materiali non si traducono immediatamente in benefici emotivi e sociali. Di fatto, se la maggior parte dell’energia psichica è investita negli scopi materiali, è facile che si atrofizzi la sensibilità alle altre gratificazioni. L’economista svedese Stephen Linder (1970) è stato il primo a far notare che via via che il reddito aumenta, e quindi anche il valore del tempo, agli occhi dell’individuo appare sempre meno “razionale” utilizzarlo per ciò che non sia fare soldi o spenderli vistosamente. I costi, in termini di opportunità perdute, determinati dal giocare con i bambini, leggere un libro di poesia o partecipare a una riunione di famiglia diventano troppo alti e uno smette di fare cose così irrazionali.

Una persona che risponde solo alle ricompense materiali diventa cieca alle altre ricompense e perde la capacità di provare gioia da fonti diverse. Come per qualsiasi altra forma di dipendenza, le ricompense materiali dapprima arricchiscono la qualità della vita ed è per questo motivo che si tende a concludere che quante più sono, tanto meglio è. Ma la vita raramente è lineare: nella maggior parte dei casi, quello che è buono in piccole dosi diventa banale e addirittura dannoso se preso in dosi così massicce.

La dipendenza da obiettivi materiali è difficile da evitare, in parte perché la nostra cultura ha eliminato progressivamente ogni alternativa che in altri tempi dava senso e scopo alla vita individuale. Molti storici sostengono che le culture del passato fornivano una maggiore varietà di modelli per un’esistenza riuscita: una persona poteva essere apprezzata e ammirata perché era santa, gaudente, saggia, coraggiosa, onesta, brava nel suo mestiere. Oggi la tendenza a ridurre ogni cosa a misure quantificabili ha fatto del dollaro il metro comune su cui valutare ogni aspetto dell’azione umana.

Ricapitolando, ci sono varie ragioni che spiegano la scarsa correlazione fra benessere materiale e felicità, due di esse sono socioculturali:

  1. La crescente disparità nella distribuzione delle ricchezze fa sentire povero anche chi in realtà è relativamente benestante;
  2. Questa deprivazione relativa è esacerbata da una questione culturale, cioè la mancanza di valori alternativi e di una varietà di modelli di successo che possano compensare la gerarchia a somma zero fondata sul denaro.

Altre due ragioni sono di tipo psicologico:

  1. Nel valutare il successo adottiamo una strategia ad aspettative crescenti, cosicché pochi risultano soddisfatti a lungo di quello che possiedono o hanno raggiunto;
  2. Via via che aumenta l’investimento di energia psichica negli scopi materiali, ne resta sempre meno da investire in mete necessarie per aspirare a una vita felice.

Con ciò non si vuole affermare che le gratificazioni materiali di ricchezza, salute, fama e comodità siano dannose alla felicità, quanto piuttosto siano in realtà irrilevanti.

Ovviamente, gran parte della gente continuerà a tirare avanti nella convinzione che, se solo avessero potuto avere più denaro, più bellezza o più fortuna, avrebbe raggiunto quello stato così fuggente che chiamiamo felicità.

Alla luce di ciò, appare che uno dei compiti sociali più importanti che si trovano ad affrontare gli psicologi sia quello di capire meglio la dinamica della felicità e di informare il pubblico sui risultati. Se l’obiettivo principale della psicologia è aiutare a ridurre il disagio mentale e favorire il benessere psichico, allora dovremmo cercare di prevenire la delusione che colpisce le persone quando scoprono di aver sprecato la vita per degli scopi insoddisfacenti.

La psicologia dovrebbe saper offrire alternative che a lungo termine possano portare a una vita più gratificante.